Omoda: l’offensiva Chery tra i mecha per la Generazione Z e le ammiraglie ipertecnologiche

Se pensavate che il design dell’automotive si stesse ormai appiattendo su forme a saponetta buone solo per favorire l’aerodinamica, la Omoda 3 promette di rimescolare le carte in tavola. Prevista per il debutto sul mercato italiano nel 2026, la nuova vettura compatta del gruppo Chery sembra uscita direttamente dalla mente di Go Nagai. Lunga tra i 4,3 e i 4,4 metri, è una dichiarazione d’intenti sparata in faccia a una clientela giovane: niente linee morbide, zero rotondità. Persino gli specchietti retrovisori sembrano tagliati con l’accetta. È un tributo nudo e crudo al mondo dei mecha, un pezzo di metallo geometrico che non sfigurerebbe affatto se parcheggiato accanto a Goldrake o Jeeg Robot, prendendo le distanze in modo netto dallo stile decisamente più convenzionale della sorella maggiore Omoda 5.

L’ossessione per le geometrie da solido platonico e per l’immaginario fantascientifico non si ferma alla carrozzeria, ma domina l’abitacolo. Premi il comando di accensione e parte un vero e proprio conto alla rovescia vocale, roba da lancio spaziale a Cape Canaveral. Una trovata che farà impazzire gli smanettoni, anche se, onestamente, ci auguriamo abbiano previsto un tasto per disattivarlo quando si vuole semplicemente andare a fare la spesa in santa pace. Strumentazione e sistema multimediale viaggiano su un doppio schermo immerso in una plancia che abbina inserti in stile fibra di carbonio a un’interfaccia utente palesemente ispirata ai robot degli anime. Sul fronte motori i vertici tengono ancora le bocche cucite, ma l’orbita dei prezzi per le versioni d’ingresso dovrebbe gravitare attorno ai 20.000 euro. Oltre alla quasi scontata variante full electric, la crossover offrirà con tutta probabilità anche motorizzazioni a benzina elettrificate, presumibilmente mutuate dalla stessa Omoda 5.

Mentre da noi il brand punta a far breccia con volumi compatti e spigolosi, basta spostare lo sguardo su altri fusi orari per cogliere l’ampiezza e l’aggressività della strategia Chery. Lì dove il mercato richiede stazze diverse, le ammiraglie del gruppo stanno già andando sotto i ferri. È il caso del grande SUV Omoda 9, commercializzato in madrepatria sotto l’insegna premium Exeed (con il nome di Yaoguang, la cui versione aggiornata prenderà la sigla EX6) e piazzato al vertice dell’offerta Omoda Jaecoo in piazze strategiche come l’Australia.

Anche se nella terra dei canguri questo bestione ibrido ha fatto capolino soltanto nel 2025, in Cina la linea di produzione gira a pieno ritmo già dal 2022, motivo per cui i tempi sono maturi per rinfrescarne il look. Le scartoffie tecniche depositate al Ministero dell’Industria cinese (MIIT) parlano chiaro: il restyling, atteso sul mercato interno entro la fine del 2026 e nelle concessionarie australiane per il 2027, allunga la carrozzeria di 55 millimetri. Le nuove quote restituiscono un mezzo imponente, che si attesta su 4.830 mm di lunghezza, 1.920 mm di larghezza e 1.680 mm di altezza, poggiando saldamente su un passo di 2.800 mm.

A cambiare faccia è innanzitutto l’anteriore, che sposa l’attuale tendenza dei gruppi ottici sdoppiati: una sottile striscia luminosa sormonta la nuova calandra a nido d’ape, strizzando l’occhio al family feeling della Omoda 7, mentre ai lati prendono posto i fari verticali incorniciati da ulteriori luci diurne. Ma la vera ciccia sta nella dotazione hardware nascosta sotto le lamiere. Spunta un sensore LiDAR sul tetto, campanello d’allarme che preannuncia un salto di categoria per le tecnologie di assistenza attiva alla guida. Anche il paraurti posteriore è stato rivisto; i gruppi ottici posteriori mantengono le forme note, ma si arricchiscono di luci turchesi. Se non avete familiarità con questo dettaglio, fateci l’abitudine: in Cina stanno diventando lo standard visivo ufficiale per segnalare agli altri automobilisti che la vettura sta viaggiando in modalità di guida semi-autonoma. E per quanto riguarda gli interni? Le bocche, al momento, restano cucite e non circola ancora alcuno scatto.

Sotto la pelle, la meccanica si conferma fedele al muscolare powertrain ibrido plug-in (PHEV). Nel listino australiano, l’attuale Omoda 9 si presenta come una proposta quasi solitaria nella nicchia dei grandi SUV PHEV a cinque posti, posizionata in un unico allestimento a 61.990 dollari locali (esclusi i costi di messa in strada). Il setup tecnico è pensato per non fare sconti: un 1.5 turbo benzina quattro cilindri da 105 kW e 215 Nm di coppia lavora in tandem con tre distinti motori elettrici (rispettivamente da 75 kW/170 Nm, 90 kW/220 Nm e 175 kW/310 Nm). Il tutto è gestito da una trasmissione ibrida dedicata a tre rapporti e alimentato da un pacco batterie NMC (nichel-manganese-cobalto) da 34 kWh.

Nonostante l’inerzia di una stazza del genere, l’Omoda 9 brucia lo scatto da zero a cento all’ora in soli 4,9 secondi, assicurando un’autonomia in puro elettrico di 169 km, seppur misurata secondo il datato e ottimistico ciclo NEDC. I numeri di vendita confermano l’interesse per la formula: dopo aver piazzato 373 esemplari a partire dall’agosto del 2025, nei primi cinque mesi di quest’anno sono state targate 322 Omoda 9. Un risultato che la mette in leggero vantaggio rispetto alla “coinquilina” di showroom Jaecoo J8 (ferma a 292 unità) ma la costringe ancora a rincorrere le 799 consegne della cugina Chery Tiggo 9 PHEV. E considerando l’imminente arrivo di una variante plug-in hybrid proprio per la Jaecoo J8, appare lampante come il colosso asiatico stia calcolando al millimetro le sue mosse, puntando a occupare progressivamente ogni singola casella della scacchiera automobilistica globale.