C’è un motivo se la Dacia Sandero Stepway continua a macinare consensi, e non si tratta solo del prezzo di partenza accattivante, fissato a 16.500 euro. Questa declinazione “crossover” dell’utilitaria romena ha capito esattamente cosa cerca l’automobilista medio: l’aspetto massiccio da fuoristrada senza i costi di gestione di un vero 4×4. Si fa notare per le estese protezioni in plastica grezza sui passaruota e nella parte bassa della carrozzeria, abbinate a un’altezza da terra maggiorata che tocca i 20 centimetri a vuoto. È un’auto pensata per digerire le buche cittadine o per tirarsi d’impaccio su fondi sconnessi senza patemi. E poi ci sono le barre sul tetto: con una rapida rotazione di 90 gradi diventano un vero e proprio portapacchi trasversale. Un tocco di genialità ingegneristica nella sua disarmante semplicità.
La meccanica bada al sodo (e al portafogli)
Sotto il vestito irrobustito, l’ossatura rimane quella della più ribassata Streetway, compresa la trazione rigorosamente anteriore e un comportamento su strada che si rivela rassicurante e stabile. La gamma motori va dritta al punto: c’è il turbo 1.0 TCe da 110 CV per chi cerca un po’ di brio, ma la scelta più a fuoco è senza dubbio il 1.2 Eco-G bifuel a benzina e Gpl. L’impianto nasce in fabbrica, azzerando le ansie sull’affidabilità a lungo termine, e fa respirare il portafogli fin dal primo pieno, visto che il prezzo a listino è allineato a quello della versione a benzina.
L’allestimento Expression è il punto di caduta perfetto. Costa poco più dell’entry-level Essential, ma porta in dote dotazioni irrinunciabili come il clima manuale, un sistema multimediale adeguato e i vetri elettrici posteriori (mentre fari a led, sensori di parcheggio e cruise control sono già di serie). Su strada, però, non aspettatevi dinamiche da go-kart. Sebbene lo spazio a bordo sia abbondante per passeggeri e bagagli, l’auto sconta uno sterzo non proprio chirurgico e un cambio manuale a 6 marce che, ogni tanto, si impunta in innesti piuttosto spigolosi. Anche la soglia di carico del bagagliaio rimane altina e facile da graffiare. Difetti che gli utenti sembrano comunque perdonare, valutando la vettura con un solido 3,7 su 5, a conferma di un rapporto qualità-prezzo difficilmente battibile.
Il paradosso di un’icona in fuga
Eppure, mentre soppesiamo i pro e i contro di questa fortunata compatta, dietro le quinte si sta consumando uno strappo storico. Parliamo sempre della Sandero come dell’orgoglio automobilistico romeno, ma la verità è che il suo passaporto sta cambiando. Renault, la casa madre, sta infatti ridimensionando drasticamente le sue operazioni in Romania. E questo nonostante abbia precedentemente incassato la bellezza di 2,2 miliardi di lei (circa 440 milioni di euro) in aiuti di Stato, pensati proprio per blindare gli investimenti locali.
La produzione della Sandero, assieme a quella di Logan e Jogger, è stata dirottata verso l’impianto marocchino di Tangeri. La versione ufficiale dei vertici è che serve liberare le linee di Mioveni per fare spazio all’assemblaggio del nuovo SUV Bigster, ma i numeri raccontano una strategia di delocalizzazione ben più ampia e cinica.
Dividendi, tagli e nuove geografie industriali
Basta spulciare i bilanci del 2025 per annusare l’aria che tira. Automobile Dacia ha messo a segno un utile netto di 629,2 milioni di lei, con un margine del 2,1%. Invece di reinvestire nel polo storico, l’azienda ha deciso di staccare un assegno quasi identico (625,9 milioni) per distribuire i dividendi agli azionisti. Nel frattempo, gli investimenti tangibili nello stabilimento romeno sono crollati di oltre il 64% rispetto al 2024, fermandosi ad appena 368,7 milioni di lei. Renault si difende liquidando il 2024 come un anno eccezionalmente dispendioso per via dei preparativi per il Bigster, definendo il 2025 un fisiologico periodo di “normalizzazione”.
Una pezza che fatica a coprire il buco, specie se si considera che lo sbandierato progetto per portare la capacità di Mioveni a 400.000 veicoli annui è stato definitivamente cestinato. Il piano aveva pure ottenuto l’ok del Ministero delle Finanze romeno nel 2018 per accedere a un ghiotto schema di supporto, ma alla fine Dacia ha prelevato appena 12,1 milioni rinunciando di fatto all’espansione.
Il baricentro del marchio si sta spostando su altre latitudini. La nuova Dacia Striker, per esempio, sarà il primo veicolo con il logo di Mioveni a nascere completamente fuori dai confini nazionali: verrà sfornata a Bursa, in Turchia, grazie a un massiccio programma di investimenti da 400 milioni di euro targato Oyak-Renault.
Questo esodo progressivo si innesta in un quadro macroeconomico decisamente delicato per la Romania, alle prese con una domanda interna fiacca e un preoccupante calo di competitività dell’intero settore manifatturiero. Dacia si conferma insomma una corazzata capace di offrire vetture estremamente pragmatiche come la Stepway, ma il prezzo di questa efficienza globale lo sta pagando il tessuto industriale che l’ha vista nascere. Resta da chiedersi se, svuotato progressivamente del suo cuore romeno, il brand riuscirà a mantenere intatta quell’anima concreta che ne ha decretato il successo.