Strategie di rendimento: Enel e la resilienza di Coca-Cola

Mentre i mercati finanziari navigano a vista in una fase di spiccata incertezza macroeconomica, la caccia al rendimento si fa sempre più chirurgica. Da una parte, i giganti europei dell’energia confermano la loro natura di macchine da dividendo per gli azionisti; dall’altra, oltreoceano, alcuni pesi massimi dei beni di consumo continuano a dimostrare che la fedeltà del cliente è una roccia su cui costruire un portafoglio a prova di scossoni.

I numeri di Enel e la rotta per il 2026

Per chi guarda a Piazza Affari, Enel ha ormai definito i contorni della sua politica di remunerazione relativa all’esercizio 2025. Con il via libera dell’assemblea, il saldo del dividendo di 0,255 euro per azione viene staccato il 21 luglio 2026, per finire fisicamente nelle tasche degli investitori a partire dal 23 luglio. Facendo due conti e rapportando questa cifra al prezzo di riferimento dell’11 luglio (7,986 euro), si ottiene un rendimento lordo decisamente interessante, pari al 3,19%.

Ma il vero quadro della situazione emerge allargando l’inquadratura. Aggiungendo l’acconto di 0,215 euro già distribuito a gennaio 2026, la cedola totale per l’esercizio si attesta a 0,47 euro, segnando un rassicurante +9% rispetto a quanto visto nel 2023. Parliamo di un dividend yield complessivo che sfiora il 6% (5,89%, per i precisini) e di un monte dividendi da circa 4,78 miliardi di euro. Una montagna di liquidità che ribadisce la forza strutturale e la capacità di generazione di cassa dell’utility.

La partita, ovviamente, non si esaurisce con l’estate. Il calendario finanziario del 2026 ha ancora molto da dire: la gestione guarda già con attenzione alle performance operative della seconda metà dell’anno, il vero motore che dovrà alimentare la cassa per gli stacchi futuri. Gli analisti scommettono sulla tenuta industriale del gruppo, e i flussi di cassa dei prossimi mesi saranno il vero termometro per calibrare le aspettative sul nuovo acconto, previsto per l’inizio del 2027. La solidità dimostrata finora non è una rendita di posizione definitiva, ma una base che l’azienda è chiamata a difendere con i denti in un contesto di mercato che non ammette passi falsi.

Il paradosso di Wall Street e la resilienza di Coca-Cola

Spostando lo sguardo negli Stati Uniti, l’umore cambia drasticamente. Wall Street sembra in preda a una crisi di nervi: basta un report tiepido sull’occupazione, un lieve rallentamento del PIL o un campanello d’allarme sulle insolvenze delle carte di credito per scatenare il panico. Il debito dei consumatori americani ha raggiunto un punto di rottura generazionale, e i trader reagiscono di pancia: staccano la spina e scappano a gambe levate da tutto ciò che sfiora il portafoglio degli acquirenti, trattando i titoli del comparto staples come se avessero la miccia accesa.

Personalmente, sto correndo nella direzione opposta. Continuo a fare incetta di azioni Coca-Cola in ogni pomeriggio di debolezza del listino, e il motivo è di una banalità disarmante. Quando i budget familiari si stringono e bisogna tirare la cinghia, una bottiglietta di Coca-Cola resta il piccolo lusso più a buon mercato che ci si possa ancora permettere. Non è una teoria campata in aria o una speranza da investitore romantico: sono i numeri a certificarlo. Anche di fronte a una crescita della spesa per i beni di consumo crollata dal 6,9% allo 0,4%, la domanda per le bevande di Atlanta è rimasta del tutto anelastica, permettendo all’azienda di spingere il mix di prezzi al rialzo di ben due punti.

Fondamentali che ignorano l’isteria

Basta spulciare i dati del primo trimestre 2026. I ricavi hanno toccato quota 12,47 miliardi di dollari, battendo agevolmente le stime del mercato e mettendo a segno una crescita organica del 10%. Il margine operativo si è allargato fino al 35%, segno di una struttura che macina utili con un’efficienza invidiabile. Non è da meno l’utile per azione (EPS), che con i suoi 0,86 dollari ha stracciato il consensus del 5,87%, mettendo in bacheca il quarto trimestre consecutivo di sorprese positive.

I volumi raccontano la stessa storia: un +3% a livello globale, trainato da piazze cruciali come Cina, Stati Uniti e India, con la linea Coca-Cola Zero Sugar che svetta registrando un prepotente +13% in tutte le aree geografiche. Come ha sintetizzato senza troppi giri di parole il nuovo CEO, Henrique Braun: “Abbiamo avuto un inizio d’anno forte. La nostra performance riflette un focus incrollabile sul restare vicini al consumatore, eseguendo a livello locale e gestendo la complessità”.

Tra il 63° aumento consecutivo del dividendo, un free cash flow guidato a 12,2 miliardi e altri 5,2 miliardi ancora autorizzati e pronti per il riacquisto di azioni proprie, Coca-Cola sta giocando un campionato a parte. Mentre qualche analista – magari lo stesso che aveva predetto il boom di NVIDIA nel 2010 – oggi snobba il titolo tenendolo fuori dalle sue attuali “top 10” per l’IA, chi guarda ai fondamentali crudi sa che certi marchi non seguono l’isteria del momento. Si limitano a fare cassa, indifferenti al rumore di fondo.