Il riscatto delle banche tradizionali: dalla rivincita sul private credit al consolidamento in Italia

I grandi istituti di Wall Street stanno finalmente trovando lo spazio tanto atteso per rosicchiare quote di mercato al private credit. Dopo un decennio in cui i fondi di credito privato hanno registrato una crescita esponenziale, arrivando a dominare i finanziamenti per i leveraged buyout, oggi la situazione sembra ribaltarsi. Le prime crepe in questo comparto, unite a un allentamento delle regole bancarie, stanno rimescolando le carte in tavola. Il boom del private credit era stato in gran parte favorito proprio dal passo indietro delle banche tradizionali. Tra i rialzi aggressivi dei tassi della Federal Reserve e la crisi bancaria del 2023, gli istituti storici avevano stretto le maglie del credito, allontanandosi dalle operazioni più rischiose. I mutuatari, specialmente le società di private equity, si erano così rivolti ai prestatori diretti per ottenere esecuzioni rapide e condizioni meno rigide. Secondo i dati di PitchBook, nel 2023 la quota delle banche nei finanziamenti per buyout superiori al miliardo di dollari era crollata al 39%, contro l’80% del quinquennio precedente. Oggi, nel 2025, questa percentuale è già risalita oltre il 50%.

Le difficoltà dei fondi privati

Adesso il vento sta cambiando. Anni di prestiti concessi in modo aggressivo cominciano a presentare il conto, dal momento che i tassi di interesse elevati rendono sempre più difficile per le aziende fortemente indebitate ripagare i finanziamenti, facendo impennare i rischi di default. A questo si aggiunge la forte pressione degli investitori, che dopo aver tenuto bloccati i propri capitali per anni chiedono a gran voce maggiore liquidità. Mark Zandi, capo economista di Moody’s, ha sottolineato come questo sia un momento propizio per le banche che vogliono recuperare terreno. I prestatori privati stanno pagando lo scotto delle loro politiche passate e andranno incontro a ulteriori criticità nei prossimi mesi. Le tensioni geopolitiche, il costo del denaro ancora alto e le pressioni strutturali in settori come i software, la sanità e i beni di consumo metteranno a dura prova la tenuta di questi fondi.

L’assist della deregolamentazione

A dare un’ulteriore spinta alle banche tradizionali nel medio termine ci pensano i previsti cambiamenti normativi. Shannon Saccocia, chief investment officer di Neuberger Berman, ritiene che l’amministrazione Trump spingerà fortemente per una deregolamentazione, puntando a un ammorbidimento dell’implementazione del cosiddetto “Endgame” di Basilea III. L’obiettivo esplicito del Tesoro statunitense è proprio quello di riportare i prestiti alle imprese all’interno del circuito bancario classico. Il quadro di Basilea III, delineato nel 2017 dopo la crisi finanziaria globale, aveva imposto alle grandi banche di trattenere maggiori riserve a fronte dei prestiti concessi, penalizzandone la competitività rispetto ai fondi di private credit. Un ridimensionamento di queste regole, unito alle recenti proposte della Fed per ritoccare i requisiti patrimoniali, permetterà alle banche di tornare protagoniste. Non è un caso che recenti mega-operazioni di leveraged loan per colossi come Electronic Arts e Sealed Air dimostrino un rinnovato e forte appetito per le transazioni “jumbo”.

Fermento e consolidamento: la mossa di BPER

Questo ritrovato dinamismo del settore bancario non si limita al panorama statunitense e alle logiche di prestito, ma si riflette ampiamente anche nelle strategie di crescita e consolidamento in Europa. In Italia, un chiaro esempio di questa rinnovata aggressività strategica è l’offerta pubblica di scambio (OPS) volontaria lanciata da BPER Banca per acquisire la totalità delle azioni ordinarie della Popolare di Sondrio. L’operazione dimostra come gli istituti di credito tradizionali stiano sfruttando il momento favorevole per puntare su acquisizioni mirate in grado di generare valore.

BPER ha infatti accolto con soddisfazione la decisione del consiglio di amministrazione della banca valtellinese, che ha giudicato congruo il corrispettivo offerto basandosi sulle valutazioni dei propri advisor finanziari. Da un punto di vista prettamente industriale, BPER ribadisce la forte valenza dell’aggregazione, una mossa coerente con l’obiettivo di radicare e rafforzare la propria presenza nei territori chiave. I vertici dell’istituto emiliano prevedono che la fusione avrà un impatto immediatamente positivo sugli utili per azione. L’unione delle due realtà ottimizzerà la capacità di generare nuovo capitale e garantirà la distribuzione di dividendi sostenibili nel lungo termine, creando vantaggi concreti e tangibili sia per gli azionisti di BPER che per quelli della Popolare di Sondrio.